Un uomo sulla spiaggia

(Osservatorio Letterario. Ferrara, 2002/29-30. 30-31. p.)

Traduzione di © Melinda Tamás-Tarr e Mario De Bartolomeis —


© 2002 Ambrus Attiláné Dr. Kéri Katalin egyetemi docens


      Piove forte. Grigia e triste è la città, le case dai muri inumiditi si stringono infreddolite ed il cielo è minacciosamente scuro. L’acqua scorre per le strade, sono riuscita ad attraversare a malapena da un lato all’altro. Indosso un’impermeabile giallo perché vi sia almeno qualcosa che con questo tempo desolante richiami alla memoria i raggi del sole, la luce solare e l’estate. L’estate, quell’estate fattasi lontana da me irrimediabilmente. Essa s’allontana sempre più giorno dopo giorno, se però chiudo gli occhi riesco a rivivere di nuovo tutto. Vedo ancora lui ravviarsi i capelli neri all’indietro e scuotersi l’acqua di dosso. Vedo come di sottecchi egli guarda verso me ad occhi socchiusi, con una qualche insopprimibile tristezza nello sguardo.

      Avevo visto nei suoi occhi questo dolore sin dal primo istante, subito, la prima volta che era arrivato in spiaggia. Era un’estate meravigliosa, dal sapore di mare, profumata di fiori. La vita danzava gaia tra gli scogli, i raggi del sole guizzavano sulle pietre bagnate. L’uomo s’era seduto su un masso e guardava fisso in lontananza. Indossava una camicia a quadri, di quelle camicie a piccoli scacchi bianchi e neri che rendono la gente tranquilla. Aveva suscitato nel mio cuore sensazioni calde e familiari ed avevo trovato stupenda pure la sua pelle abbronzata. Quando aveva guardato nella mia direzione la prima volta i nostri sguardi si erano letteralmente intrecciati. S’era pure girato leggermente col corpo verso me per vedermi meglio. Uno spruzzo d’acqua aveva all’improvviso raggiunto le sue gambe e per questo un sorriso gli era affiorato sulle labbra. S’era alzato ed aveva passeggiato molto lentamente lungo la riva così che potessi vedere ogni particolare del suo corpo, che con lo sguardo ne sfiorassi ogni cellula. Aveva poi scagliato la camicia ed i pantaloni tra gli scogli e s’era tuffato in acqua. Il mare era trasparente e quasi immobile, solo le sue braccia fendevano un varco nel tranquillo specchio dell’acqua. S’era adagiato sul dorso e, sollevando il capo leggermente, mi guardava. S’allontanava da me lentamente senza però staccarmi gli occhi di dosso. L’acqua intorno a lui era tornata liscia ed egli galleggiava come una pianta marina inverosimilmente lieve e leggiadra.

      Poi era uscito dall’acqua, aveva pettinato con le dita i suoi fitti capelli all’indietro ed aveva scosso il suo corpo, come se si fosse scrollato di dosso gocce d’oro a milioni. Egli sapeva che lo guardavo ed aveva teso i suoi muscoli un soffio più di quanto fosse naturale. S’era quindi seduto da me a quasi un braccio teso, avevo creduto persino di percepirne il respiro.

      Il giorno seguente era giunto di nuovo e s’era limitato sempre a guardare, guardare con i suoi grandi occhi tristi. Aveva acceso una sigaretta dopo l’altra e, come aveva un attimo volto verso me la sua larga schiena, io ero stata capace solo di pensare quanto fosse indifeso. Nonostante il corpo alto e forte egli appariva vulnerabile, versare in costante pericolo. Sul suo viso dai lineamenti fini troneggiava sempre quell’indefinibile tristezza che genera nelle donne premura ed apprensione. Anche nelle ore meridiane più calde era rimasto nei miei pressi. Era rimasto per giorni a guardarmi senza però venirmi più vicino d’un solo centimetro. Aveva qualche volta sorriso, ma anche allora era sembrato triste. Io trascorrevo l’intero giorno a lambiccarmi su chi mai fosse quell’uomo, a chi appartenesse, quale fosse l’origine della sua grande tristezza. Con l’immaginazione imbastivo su di lui storie sempre diverse. Lo vedevo una volta come un uomo che fuggiva dai suoi persecutori e che aveva trovato rifugio in questo piccolo golfo del Mediterraneo. Un’altra volta lo vedevo come un marito in lutto che aveva perduto la sua famiglia. Se però lo guardavo ogni mia fantasia appariva inverosimile.

      Egli se ne stava tutto il santo giorno seduto, qualche volta nuotava, e mi fissava sempre. Nulla era accaduto ad ogni modo oltre a ciò. Non aveva parlato, non aveva fatto cenni, non aveva chiamato e mai s’era fatto più vicino. Solo i suoi occhi, i suoi enormi occhi tristi gridavano verso me implorando e manifestando la sua attrazione. Quando venne il giorno del mio ritorno a casa ormai non riuscivo più ad immaginare la mia vita senza di lui. Egli faceva parte della spiaggia, del caldo, del fulgore, del profumo dei fiori e del mio cuore. Dentro di me egli ingigantiva rispetto agli altri uomini conosciuti in precedenza che con milioni di parole m’avevano vezzeggiato, che giurando m’avevano ribadito il loro amore. Io ero divenuta sua così, senza m’avesse neppure sfiorato, e sapevo bene che lo stesso era stato anche per lui. Altro e più questo era che un semplice desiderio. Mentre ci guardavamo le nostre anime evadevano dai nostri corpi e s’incontravano nell’aria umida e fresca. Quando ogni sera muovevo adagio verso l’albergo, non avevo con me la stessa anima che tutte le mattine usciva frettolosa per la spiaggia. Portavo pure la sua con me, con l’umano e sensibile spirito infinitesimi iridescenti brandelli del suo triste intimo maschile, e lo sentivo che recava con sé anch’egli i miei frammenti.

      L’ultima sera avrei voluto accomiatarmi da lui, dirgli qualcosa, ma non ebbi il coraggio d’avvicinarlo. Egli se ne stava a guardarmi seduto sotto un albero, il suo sguardo era così insistente come se avesse saputo che non avrebbe più potuto rivedermi, quasi volesse osservarmi una volta ancora per sé, per incidere a fuoco i miei tratti nel suo cuore...

      Non credo questa pioggia cessi mai. Pioveva pure quando avevo fatto ritorno a casa dal mare. Ero partita al mattino presto, ma avevo dovuto affrettarmi perché non sarei riuscita a capacitarmi d’incontrare lui. I tergicristalli della mia auto non ce la facevano a rimuovere l’acqua che si rovesciava dal cielo. Avevo un freddo terribile ed un’indicibile paura. Per ore avevo guidato quasi inconsciamente, spesso non sapendo neppure ove mi trovassi con esattezza. In qualche modo avevo proceduto per istinto sempre verso nord.

      Quando la pioggia aveva finalmente cominciato a placarsi era ormai pomeriggio. Ero giunta nella città in cui vivo ed osservavo l’andirivieni della gente. Era smisuratamente tanta ed io invece infinitamente sola. Com’ero scesa dall’auto avevo trovato sull’asfalto bagnato, davanti ai miei piedi, un sassolino piatto a forma di cuore. Pure senza di quello però sapevo già allora che egli era venuto con me e che con sé aveva recato pure me.

      Cammino da tempo immemorabile nel mio impermeabile giallo e mai ci sarà ormai un’estate o un inverno in cui con me non avrò il muto uomo dagli enormi occhi tristi.

Kate Carry *
— Pécs (Ungheria)

* Pseudonimo di Katalin Kéri

La novella in ungherese



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© Dr. Kéri Katalin tanszékvezető egyetemi docens, 2004 ()