Un’allegra mattina di Slambuckó Pista[1] pensionato

(Osservatorio Letterario. Ferrara, 2003-04/35-36. )

Traduzione © e note di Melinda Tamás-Tarr e Mario De Bartolomeis —


© 2003 Ambrus Attiláné Dr. Kéri Katalin egyetemi docens



      Slambuckó Pista s’era svegliato sorridendo. In sogno gli era parso come se una roteante siringa lo rincorresse, era però poi giunto in un gran prato e s’era nascosto dietro le foglie d’una bardana.
      – Curioso – rimuginò fra sé seduto sulla sponda del letto. – Che mi sia svegliato di buonumore anche dopo un sogno così brutto.
      Si grattò la testa calva ed infilò i piedi nelle pantofole a scacchi.
      – Dopo aver messo fuori il vaso da notte, fatto colazione e buttato qualcosa ai polli, mi vesto e vado un po’ a passeggio – pensò Slambuckó Pista e proprio così fece.
      Indossò la giacca foderata di pelo d’agnello, s’arricciò i baffi, e s’incamminò per la strada.
      Salutò già da lontano la Piros[2] che usciva dal negozio con sette sportine reclamizzate.
      – Buongiorno, Piros! Bella giornata, eh! Ma che bello il mondo!
      – Uno schifo! – fece di rimando la vecchia dal fazzoletto rosa in testa che era stata sempre scontrosa persino da ragazza. Sullo stretto marciapiede si fece a tal punto largo a via di gomiti con Slambuckó Pista da lacerare in un attimo i manici di quattro sacchetti.
      Il vecchio rimase stupefatto assai di come la sua conoscente fosse di cattivo umore, non perse ad ogni modo il proprio sorriso. Giunto sulla via comunale principale s’imbattè in uno spazzacamino.
      ’ Dio ti benedica, figliolo! Ma che bel giorno è oggi! Spazzacamino che vedo, fortuna che... [3] – aveva iniziato a dire la ben nota filastrocca, ma lo spazzacamino lo aveva urtato in modo tale sulla schiena con la scala da farlo traballare e l’uomo sporco di fuligine aveva poi proseguito senza far motto o parola.
      – Singolare – pensò Slambuckó Pista. – Che sia anche lui di cattivo umore in questo bel giorno.
      Continuò per la sua strada a passo lento sistemandosi ogni tanto una lingua della scarpa che gli usciva sempre. Salutò con la mano contento le auto lanciate sulla strada, ma un camionista gli diresse un brutto cenno con il pugno.
      – Ma cos’è che gli ha preso? In questo lieto giorno? – disse Slambuckó a mezza voce e volse lo sguardo alle chiome degli alberi che costeggiavano la strada. Osservò sorridente i vispi uccelli e prese anch’egli a fischiettare. Giunse dappresso al negozio e penso di lanciarvi un attimo dentro un’occhiata e dare un bel buongiorno a Mucuka[4], la signora più grassa del paesotto la quale della bottega era ad un tempo direttrice e capocassiera.
      Come però entrò dalla porta ed ebbe salutato, Mucuka iniziò a smoccolare poiché aveva di nuovo battuto con tre zeri in più il prezzo del lievito e sapeva a fatica come stornare la macchina.
      – Lei desidera? – chiese a Slambuckó Pista la ragazza addetta al pane.
      – Mi dia un pezzetto di salsiccia e mezzo chilo di pane, tesoro mio d’oro. Non è vero che abbiamo una splendida giornata? – chiese lo zio Pista poiché pensava che se avesse preso qualcosa gli avrebbero prestato più attenzione. Se non che la panettiera, tagliando il pane con il coltello unto di salsiccia, fece una smorfia così sgraziata da lasciare Slambuckó Pista assolutamente interdetto. Si fermò alla cassa ed arricciando i baffi sorrise a Mucuka incastrata nel seggiolino della cassa.
      – Cosa ha lei da ghignare, vecchio stregone? – lo investì Mucuka che pensava chi mai avrebbe potuto turlupinare se li non fossero andati a far spesa tipi simili a questo vecchio matto di Slambuckó Pista.
      Mise mano al cestino dello zio Pista disgustata; avevano ripulito la pelle della salsiccia con l’aceto tutta la notte scorsa e solo verso mattina erano riusciti a rimuovere la muffa dal pane.
      – Rido perché sono felice. Spero che la spettabile signora sia di buon umore anche lei – rispose il vecchio alla precedente domanda di Mucuka.
      – Un accidente! – disse la negoziante e rinunciò definitivamente anche quel giorno ad estrarre la sua parte inferiore dal vano della cassa.
      Slambuckó Pista non si lasciò rattristare. Non era un uomo suscettibile e nemmeno i mutamenti d’umore gli procuravano sofferenza. Anche il fronte freddo gli tormentava solo la scapola destra e mai l’umore. Mise sotto il braccio la merce acquistata e mosse verso casa. Sul ciglio della strada stava seduto un vagabondo, si guardava attorno con il viso ispido.
      – Ma guarda, non m’ero accorto di lui prima – pensò lo zio Pista e si diresse in fretta verso di lui.
      – Auguro un bel buongiorno alla signoria vostra. Che giorno meraviglioso oggi, vero? Prenda questo po’ di salsiccia ed il pane, ne mangi! – gli disse premuroso Slambuckó. Il vagabondo sputò attraverso i denti e sferrò un calcio alla salsiccia.
      – Smammi da qui!! – disse al vecchio e si volse bofonchiando dall’altra parte.
      Slambuckó volse ormai definitivamente i suoi passi verso casa e non perse speranza d’incontrare ancora altre persone felici. Ecco che però qualcuno gli gridò all’orecchio:
      – Sveglia, papà Slambi! Cosa s’immagina? D’essere a casa? Si vesta subito che la terapia ha inizio! – gridò l’infermiere che in clinica detestava tutti i vecchi. Slambuckó tornò in sé pian piano dal profondo del suo sogno e continuò a sorridere.
      – Buon giorno, signor infermiere! Ma come abbiamo una bella giornata! Ne sono davvero tanto felice! – aveva iniziato, però l’infermiere gli urlò:
      – Vuoi che ti metta di nuovo la camicia di forza? Se crepassi, vecchio idiota! Non indispettirmi di mattino presto!
      – Io?? – aveva chiesto Slambuckó Pista, ma poiché l’infermiere non aveva tempo d’occuparsi di lui ulteriormente gli praticò un’endovena di sedativo.

Kate Carry *
— Pécs (Ungheria)

[1] „Pista” è diminutivo di „István” (Stefano).
[2] „Piros”, dal più comune nome „Piroska” (Rosina).
[3] Il detto popolare magiaro completo è:
     „Kéményseprőt látok, szerencsét találok!” (Spazzacamino che vedo, fortuna che trovo!).
[4] Da pronunciare: „Muzuka”

* Pseudonimo di Katalin Kéri

La novella in ungherese



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© Dr. Kéri Katalin tanszékvezető egyetemi docens, 2004 ()