Il gitano innamorato

(Osservatorio Letterario. Ferrara, 2002/25-26. 33-34. p.) i
(In: Melinda Tamás-Tar – Mario De Bartolomeis: Traduzioni – Fordítások.
Edizione O.L.F.A. Ferrara, 2002. 68-74. p.)

Traduzione di © Melinda Tamás-Tarr e Mario De Bartolomeis —


© 2002 Ambrus Attiláné Dr. Kéri Katalin egyetemi docens


      I cavalli andavano a piccola andatura. Ove passavano la rena rossiccia strideva seccamente. Era uno snervante pomeriggio d’estate. L’uomo si calò meglio il cappello sugli occhi. Egli stava in sella con un viso dall’espressione immobile, impassibile, come se non lo interessasse nulla e nessuno. Aveva la schiena dritta come una colonna. Qualunque giovane avrebbe potuto invidiare il suo corpo.
      Le sue mani sfioravano appena la briglia. Conosceva bene il suo cavallo, ed anch’esso lui. Bastava stringere appena le cosce che l’imponente animale alzava subito il capo. Pareva quasi chiedesse:
      – E allora, cosa vuoi che faccia?
      L’uomo dette un profondo sospiro. Socchiuse gli occhi, ma anche così vedeva attraverso le fitte ciglia il cavallo che incedeva lento ed i suoi trasportati. Li vedeva ma avrebbe preferito non vederli. Un giovane recava con sé la propria moglie. La gonna a balze della donna si stendeva interamente sul posteriore del cavallo. Le balze orlate di merletti solo si muovevano in accordo al cadenzato passo del cavallo.
      L’uomo volse la testa. Posò lo sguardo sui cespugli d’un colore grigioverde che fiancheggiavano il percorso ed ebbe come la sensazione che una polvere sottile gli scendesse nei polmoni. Guardò in lontananza, grosse nubi tondeggianti bordavano il cielo sulla linea dell’orizzonte. Il che gli riportò alla mente la donna che gli andava innanzi. Volse il capo di nuovo in avanti e come guardò la donna avvertì al torace un lacerante dolore. Ne distingueva solo la nera crocchia di capelli con dentro un fiore, la schiena sottile e le tante tante balze. Ebbe come la sensazione d’una visione quasi dolorosa, ed era tuttavia così cara al suo cuore.
      Della donna percepiva ogni movenza e pure, come il vento le sfiorava il filo d’un capello, quel fremito impercettibile. Alzò la mano ad accarezzare le linee dello snello corpo della donna. Oltre ogni immaginazione l’amava...
      Si calò nuovamente il cappello sugli occhi e chinò il capo. Non doveva neppure guardarla per vederla. La meravigliosa donna dagli occhi scuri già era nel suo intimo.

      La sera sopraggiunse pian piano. Gli zingari si accamparono. Anche l’uomo smontò da cavallo. Gli ultimi raggi di sole brillavano sulla sua pelle color bronzo.
      Egli temeva le sere ed i desideri che nel buio lo assalivano sempre più selvaggi e torturanti. Non sedette con gli altri accanto al fuoco, tanto la fiamma da egli stesso si sprigionava. Andò a passeggiare di dietro, tra gli alberi, ove avevano legato i cavalli. Rimirò fisso il cielo ed ebbe la sensazione che fosse incantato. Avvertì come un leggero senso di galleggiamento ed al tempo stesso una specie di plumbeo peso attorno al cuore. Avrebbe voluto morire perché sapeva di non poter vivere assieme a colei con cui avrebbe voluto. In lontananza udiva le allegre risate dei suoi compagni e vedeva nel buio vellutato della notte il fuoco brillare. Rivedeva persino le balze, quelle in fondo alla gonna della sua regina. S’avvolgevano attorno al suo cuore, cingevano l’intera anima sua e la sua vita. Pensava con tanto affetto e tenerezza a quell’abito a balze, come ad una reliquia. Chiuse gli occhi e della donna provò ad immaginare il sapore, il profumo. Col pensiero ne aveva quasi raggiunto le labbra quando lo sbruffare dei cavalli lo destarono dai suoi sogni ad occhi aperti.
      Era balzato in piedi in un attimo ed aveva portato la mano alla tasca a cercare il coltello. Tra gli alberi vide guizzare i lembi d’una gonna a balze. Il cuore gli cominciò a battere così impetuoso da sentirsi quasi male. Era come se con un martello gli avessero picchiato sui timpani. Avrebbe voluto fare molto piano e con delicatezza, ma sotto i suoi stivali i rami scricchiolarono ed ebbe la sensazione di sollevare un fragore terribile.
      Non dovette però camminare tanto. La donna era lì faccia a faccia, davanti a lui, le mani nascoste dietro la schiena. Non ne vedeva il volto nel buio, ma dalla curva delle spalle, dalla vita snella subito capì ch’era lei. Respirava anch’essa velocemente, il torace le andava impetuoso sù e giù. Non disse nulla ma l’uomo sapeva perché era venuta. Lo sapeva, pur se mai aveva sperato che una volta sarebbe accaduto. O, a dire il vero, l’aveva sperato anche sempre...
      Prese delicatamente tra le mani il sottile e morbido viso della donna e la baciò con formidabile passione. Mai aveva baciato in tal modo e sapeva che neppure la donna l’aveva fatto.
      Erano come due folli usciti di senno, si squarciavano e laceravano a vicenda le labbra. La donna allontanò poi il capo e s’appoggiò all’albero. Cominciò a dondolare lentamente tutto il suo corpo e con voce singhiozzante disse:
      – Dio mio, dio mio...
      L’uomo tremava in ogni fibra suo del corpo. Lo aveva preso un calore tale da non riuscire più a dominarsi...
      – Trovati al ruscello vero l’alba – disse poi alla donna e tornò a dirigersi verso il fuoco a passi rudi e malinconici. Si calò il cappello sugli occhi e non sapeva se gioia od amarezza si stava diffondendo nelle sue vene. Si sedette sull’erba volgendo in parte la schiena agli altri e si lasciò prendere dai suoi pensieri. Mille volte con l’immaginazione rivisse il tutto, ogni sua cellula avvertiva l’impressione della donna. Non sapeva dove l’avrebbe portata al mattino, solo che sarebbe stato il più lontano possibile, così lontano che mai più li avrebbero trovati.
      Non chiuse occhio, andò a prendere il suo cavallo ancora prima dell’alba. Ci si vedeva a fatica, lasciò al cavallo trovare la strada. Raggiunsero il ruscello con un giro più largo e l’uomo era pieno d’aspettativa. Stava sul cavallo con la schiena diritta, aveva un po’ sistemato il cappello sulla fronte e scrutava ad occhi fissi nella direzione da cui attendeva la donna. Ogni volta che un ramo si muoveva o si piegava una foglia immancabilmente credeva fosse il baleno d’una balza della gonna. Lo torturavano dubbi, con animo trepidante si muoveva agitato sulla sella. Non sapendo il cavallo cosa pensare del suo comportamento, col capo dette un gran strattone alla briglia. Dall’improvviso movimento qualcosa cadde a terra. L’uomo non vide bene cosa fosse, scese perciò di sella per raccoglierla.
      Era un pezzo di balza di pizzo bianco appartenente alla gonna della donna. L’uomo guardò fisso il triste messaggio caduto dalla briglia e per qualche istante non riuscì ad afferrarne il significato. Lo mise prima in tasca accanto al suo coltello, poi lo tornò a prendere fuori e lo riportò all’altezza del viso.
      Montò a cavallo e partì in una direzione a caso. Il sole sorse facendo brillare la sua luce sul rossiccio paesaggio andaluso. Dalle colline distese si alzava una leggera foschia e la sabbia strideva sotto gli zoccoli del cavallo.
      L’uomo serrò la balza nella mano, si calò il cappello a fondo sugli occhi e tra sè considerò se mai donna ancora esistesse da amare così tanto.
      Dritto in sella come un fusto, lanciò il cavallo al più rapido trotto.

Kate Carry *
— Pécs (Ungheria)

* Pseudonimo di Katalin Kéri

La novella in ungherese



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© Dr. Kéri Katalin tanszékvezető egyetemi docens, 2004 ()