Anna e il mare

(Osservatorio Letterario. Ferrara, 2003/31-32. 35-37. p.)

Traduzione di © Melinda Tamás-Tarr e Mario De Bartolomeis —


© 2003 Ambrus Attiláné Dr. Kéri Katalin egyetemi docens


      Per quanto le ragazze si pavoneggiassero, per quanto si facessero belle e sorridessero con occhi maliziosi, sapevano tutte che nel villaggio la più bella era Anna. Era una ragazza delicata, eterea, dai lunghi capelli castano scuri e lo sguardo trasognato. Nel percorrere la via maestra il suo fisico, il suo incedere, allietava finanche la vecchia strada polverosa. A lei s’inchinavano le acacie e le margherite rimanevano stordite dal profumo di lei. Le nubi erano stupefatte della sua bellezza e pure il ruscello iniziava lieto a gorgogliare quando piano lei camminava sulla sua sponda.

      – A chi appartiene, Anna, il tuo cuore? Chi è che tu ami? – sospiravano i salici, ma la ragazza si limitava a sorridere. Libero era il suo cuore, spensierato e gaio come gli uccelli.

      Le piaceva star sola. Se ne stava spesso seduta in riva all’acqua, il bordo della gonna raccolto alle ginocchia, e sognava stupendi paesi lontani. In vita sua s’era allontanata dal proprio paese due sole volte, avrebbe però voluto tanto viaggiare. Era stata una volta con la madre nella grande città vicina ed un’altra volta, invece, nell’attiguo villaggio per i funerali del bisnonno. Sua aspirazione era vedere il gran mondo, viaggiare su enormi bastimenti dondolanti come li aveva visti sui libri.

      – Cosa faresti tu poi al mare, figlia mia? – le chiese una volta il padre dagli occhi tristi.

      – Come che cosa? Starei a guardare l’acqua, proverei a toccare le onde che s’increspano ed ascolterei il canto del mare – rispose Anna, e a sentir ciò anche suo padre sorrise.

      – L’acqua la puoi guardare anche qui, al limite del nostro villaggio, non occorre che per questo tu lasci la tua terra natale – rispose, e la ragazza così aveva fatto.

      Ogni pomeriggio, terminate le faccende intorno a casa, lavato anche l’ultimo piatto di terracotta, si dava con le mani una ravviata ai capelli e piroettando lasciava la cucina.

      – An-na, An-na – ticchettava l’orologio da parete e pure i tacchi delle scarpe picchiettavano il suo nome.

      – Anna va al ruscello – dicevano l’un l’altra le vecchie che dopo pranzo si ritiravano a riposare sotto gli alberi sul ciglio della strada.

      Ogni sabato sera, in riva al ruscello, c’era sempre una gran festa da ballo. Ragazzi e ragazze che bene conoscevano anche Anna giungevano anche dai villaggi vicini. Le ragazze osservavano invidiose il suo magnifico aspetto, la sua epidermide vellutata, ogni sua movenza, mentre invece i ragazzi cercavano di starle accanto costantemente.

      – Anna, bellissima Anna, vieni a ballare con noi! – la supplicavano, ripetutamente la invitavano, ma la ragazza scrollava il capo solamente. Non amava danzare con qualcuno se non da sola quando nessuno la vedeva. Preferiva guardare gli altri, la loro turbinosa sfrenata allegria senza però mai aggregarsi a loro.

      – Fra un po’ – rispondeva sempre sorridente, ma il tempo che gli altri andassero e tornassero e lei già s’era fatta di nebbia. Quando la musica si levava più alta e sotto i piedi dei danzanti l’erba si faceva rovente Anna s’allontanava silenziosa a passi lenti dalla radura sita lungo la riva ed andava solitaria a camminare avanti e indietro presso il ruscello.

      – Adoro questa tranquillità profonda – mormorava alle esili canne non riuscendo mai ad essere sazia dei colori dell’estate...

      Venne poi l’autunno che matura uva dolce come miele, l’incantevole autunno che dondola bacche rosse. Venne presto poi anche l’inverno ed Anna si stendeva sulle spalle il lungo scialle a frange per andare al ruscello. Uno spesso strato di ghiaccio copriva l’acqua e gli alberi privi di foglie si stagliavano come orfani.

      – Cric-crac, cric-crac – scricchiolavano gli stivaletti e nessuno si recava nel bosco eccezion fatta che la ragazza.

      Venne poi una gelida mattina di gennaio da un particolare timbro di rumori. Una neve soda e compatta aveva ammantato il giardino ed Anna non se l’era sentita di alzarsi dal letto bello caldo.

      – Sei malata, tesoro mio? – le aveva chiesto teneramente la madre mentre nel grosso paiolo di latta stagnata continuava a bollire il fragrante decotto di tiglio.

      – Non vedrò giammai il mare – sospirava Anna ed enormi febbrili rosse rose le infioravano il viso.

      – Ma si, ragazza mia, come no – aveva piagnucolato il padre che nel suo vecchio cappello avrebbe portato alla sua unica figliola anche l’intera acqua del mare.

      – Questa è l’epidemia – aveva perplesso detto il medico quando aveva udito la tosse della ragazza ed silenziosamente aveva richiuso la porta alle sue spalle.

      Anna aveva chiuso gli occhi. Ormai non vedeva la stanza, non udiva la voce dei genitori e nemmeno il vento che fuori ululava. Avvertiva un’enorme calore e vedeva un prato cosparso di fiori blu e viola pallido. Correva, quasi volava, ed i petali dei fiori le turbinavano intorno. Era giunta all’improvviso in riva ad una gran distesa d’acqua. Sotto i raggi del sole l’azzurro dell’acqua luccicava e scintillava dappertutto a perdita d’occhio.

      – È dunque questo il mare? – si era chiesta strabiliata la ragazza immergendo nell’acqua ambedue le mani. Aveva lasciato defluire tra le sue dita le gocce fresche, l’acqua era fine e scivolosa, carezzevole e d’un profumo particolare. S’era rimboccato l’orlo della gonna ed a passi lenti s’era fatta sempre più addentro. Intorno a lei si rincorrevano bianche schiume increspate ed aveva la sensazione di non aver bisogno di respirare, che anche senza i suoi polmoni si sarebbero fatti leggeri come schiuma.

      – Anna!! Anna! An... – s’erano uditi da qualche parte lontana richiami sempre più fiochi e pur avendo la ragazza guardato invano verso la riva non aveva scorto nessuno. Aveva anzi visto ch’era sparita pure la riva e tutt’intorno gorgogliava soltanto il mare portentoso.

      – Chi ha chiamato? – aveva chiesto e s’era per un attimo fermata nell’acqua che le arriva alle ginocchia. Il vento le si era insinuato nei capelli ad abbracciarne ogni filo.

      – Sei stato tu? – aveva sorriso Anna al vento, ma aveva questi falsamente dato in un riso fragoroso. Argentee gocce d’acqua azzurra s’erano sollevate dal mare ed avevano cinto la stupenda ragazza.

      – Chi è che tu ami, Anna? A chi appartiene il tuo cuore? – avevano sussurrato nelle orecchie ad Anna le onde. – Vieni, seguici, il re dei mari t’attende...

      La ragazza s’era inoltrata nell’acqua sempre più. Era felice. Non pensava ormai più al piccolo ruscello, non ricordava i salici ed i dolci fiori. Andava, andava fino a sentire il suo cuore lieve come una minuscola bollicina volteggiante dentro un arcobaleno...


      Per quanto le ragazze si pavoneggino, per quanto si facciano belle e sorridano con occhi maliziosi, sanno tutte che una volta era vissuta al villaggio una ragazza di nome Anna di cui narrano i vecchi di non averne mai vista una più bella. Non era restata in vita neppure 17 anni. Dicono fosse una ragazza particolare, che conversava con i fiori e con gli alberi, che con la mano carezzava sempre l’acqua del ruscello. I suoi genitori ricordano che aveva parlato del mare fino agli ultimi suoi istanti.

      – A chi appartiene il tuo cuore? Dicci, Anna, chi è che tu ami? – continuano a chiedere da allora anche i bianchi tulipani graziosamente inclinati senza avere più risposta.

Kate Carry *
— Pécs (Ungheria)

* Pseudonimo di Katalin Kéri

La novella in ungherese



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