Sotto il cielo di Allah

(Osservatorio Letterario. Ferrara, 2003/33-34.)

Traduzione © e note di Melinda Tamás-Tarr e Mario De Bartolomeis —


© 2003 Ambrus Attiláné Dr. Kéri Katalin egyetemi docens


          I.
      Con movimenti lenti e grevi la notte ritraeva le sue plumbee gambe dalla luce. Su Cordova il cielo cominciava a schiarire e dalle torri dei minareti i muezzin iniziavano a farsi sentire in tutta la città chiamando ogni musulmano alla preghiera. Tra i cespugli d’oleandro carichi di fiori scorrazzava un tiepido alito di vento ed il cuore degli uomini tornava a farsi colmo di speranza.

      Anche Al-Jalal s’era apprestato alla preghiera, aveva terminato le abluzioni ed aveva mosso i suoi passi verso il tappeto. «Bism’illahi al-rahmani al-rahim...»1 – gli era scaturita dalla bocca la santa frase e la sua anima, lodando nelle sue preghiere l’Unico Dio Allah, s’era fatta più lieve. Essa era divenuta leggera come una piuma ed egli non aveva più avvertito nemmeno il peso di quella stanchezza che nel corso della notte s’era a più riprese impadronita del suo corpo. La notte era intorno a lui scura e silenziosa e come sempre egli, mentre gli altri dormivano, osservava le stelle. Tutte le sere, quando le luci s’accendevano nel firmamento, se ne saliva piano pianino con il suo astrolabio sul tetto ed iniziava a far misure segnando poi con inchiostro nero come carbone i risultati sulla carta rischiarata dalla fiammella d’un lume ad olio. A lui tutto pareva di notte così semplice e comprensibile. Al-Jalal conosceva il moto dei corpi celesti, si destreggiava fra le costellazioni ed aveva sovente la sensazione d’individuare importanti correlazioni inerenti il funzionamento del creato. Al calare del Sole egli veniva preso dal senso d’immensità dello spazio ed avvertiva dentro di sé, in un punto intangibile ed indefinibile del suo corpo, l’esistenza d’un potere superiore che tutto abbraccia e che il mondo, così com’è, è l’Assoluto stesso.

      Di giorno veniva però spesso colto da dubbi. Accadeva così anche quel mattino in cui nella primavera di Cordova dal penetrante profumo di fiori la nostra storia ha inizio. Al-Jalal aveva dedicato questo giorno al bagno ed al riposo. Quando nel suo bianco burnus 2 egli uscì dalla porta di casa i raggi del sole danzarono sulla sua barba tinta d’alcanna con sfumature all’arancio. Era di così aitante statura e così dritta aveva la schiena che i segni di quatto decenni di vita già trascorsi neppure facevano mostra su di lui. A passi misurati s’incamminò lentamente, attraverso il suk, 3 ma all’orecchio non gli giunsero le voci spezzettate che si levavano nella piazza da coloro che erano intenti alle contrattazioni. Egli non vide le stoffe di seta intessute di fili d’oro, non guardò gli stivali fatti con i morbidi pellami di Cordova, non lo distolse dalle sue meditazioni nemmeno il profumo del melograno. La città considerata «l’ombelico del mondo» ronzava attorno a lui come un alveare e nonostante ciò egli era totalmente altrove con i suoi pensieri. Egli richiamava ripetutamente davanti a sé la visuale del cielo notturno e continuava a non riuscire a spiegarsi l’apparizione d’un punto luminoso appena percettibile mai prima visto e da lui individuato. Pur avendo girato l’astrolabio in ogni senso, pur avendo esaminato ogni minimo dettaglio delle mappe da lui sin qui tracciate, sapeva bene che quel punto luminoso mai era stato visibile prima in quella zona della volta celeste. Non ne sapeva esattamente formulare il perché, ma quell’ignoto fenomeno celeste destava in lui apprensione. Lo inquietava poiché non sapeva cosa pensarne.

      Giunse all’hammam 4 il quale era uno degli oltre cento bagni pubblici di Cordova. Pagò l’ingresso, acquistò per qualche spicciolo una lozione profumata per capelli e consegnò burnus e sandali al guardarobiere.

      – Salem aleicum – lo salutavano i suoi conoscenti ed egli rispondeva loro «Pace sia anche a voi». Entrò nella prima sala dell’acqua bollente che scorreva sul pavimento ed avviluppò il suo corpo in un vapore impenetrabile. Al-Jalal ebbe la sensazione di cadere in un sonno profondo. Scosse la testa a sinistra e destra, chiuse gli occhi e s’immerse fino al mento nell’acqua della vasca. Seguì poi la sala dell’acqua tiepida. Egli trovò gradevole l’aria più fresca dopo il caldo ed il vapore. Alzò gli occhi verso la cupola. Dal lucernario colorato del bagno il sole filtrava obliquo e strane chiazze per forma e colore fiabesche danzavano sul muro rivestito di piastrelle di maiolica azzurro chiaro. Il soffitto a volta che si levava sopra la sala da bagno raffigurava la volta celeste, vi si aprivano finestre a forma di stelle e da esse fece alla mente dell’uomo nuovamente ritorno la sua osservazione notturna.

      Questi infine si rinfrescò nella terza sala dell’acqua fredda, s’avvolse nel telo da bagno e fece due passi fino alla sala di riposo ove giovani inservienti dai volti effeminati si aggiravano offrendo dolci e frutta. Al-Jalal prese a masticare un dattero e s’associò alla conversazione degli altri ospiti del bagno.

      – Mentre questa mattina venivo qui ho udito che in città stanotte s’è verificato qualche fatto strano – disse uno degli uomini il quale aveva un continuo tic all’occhio sinistro.

      – Bene, e quale sarebbe lo strano fatto, vecchio briccone? – gli chiese ironico Al-Din che non riusciva a stabilire se a seguire sarebbe stata una favola o una storia vera.

      – Che ad esempio in diversi posti le uova si sono rotte da sole e le mele sono rotolate fuori dai cesti – disse con un sorriso misterioso l’uomo che batteva la palpebra.

      – Suvvia, non è questa in fin dei conti cosa straordinaria. La terra ha forse tremato un po’ oppure qualcuno ha urtato quei cesti... – soggiunse Al-Din, ma l’uomo (un certo Jusuf) non degnò lo scettico neppure d’una risposta e proseguì.

      – Va pure ritenuto oltre a ciò evento straordinario il fatto che in certi giardini le rose abbiano mutato il loro colore – disse, e guardò eloquentemente Al-Jalal che non aveva detto sin qui nemmeno una parola.

      – Tu allora cosa ne dici? – gli chiese Jusuf e l’astronomo fu obbligato a rispondere.

      – Stanotte è successo anche a me qualcosa d strano... – iniziò, ma poi s’arrestò perché nel suo intimo qualcosa gli suggeriva di non svelare il segreto che riguardava lo strano punto luminoso.

      – Strana cosa quale? Non lo vuoi proprio dire che quella brontolona che ti hanno appiccicato come moglie è stata carina con te? – chiese Al-Din sghignazzando. Il viso di Al-Jalal a questo punto si fece serio. Nonostante nella sala di riposo fossero solo in tre egli riteneva che il numero dei presenti fosse anche eccessivo per parlare di cose spirituali.

      – Ah, niente, proprio non vale la pena di parlarne – fece con la mano un gesto ed iniziò a sorseggiare il suo sorbetto al limone.

      Dalle stelle i suoi pensieri volsero al suo matrimonio e divenne perciò molto preoccupato. Hafsà, la sua prima ed unica moglie, era giunta nella sua casa in seguito al contratto stipulato tra suo padre e suo suocero. Non era né bella né gentile ed Al-Jalal viveva per così dire con lei come con un’estranea, non avevano nemmeno avuto dei figli. L’uomo del resto s’interessava anche poco di cose terrene, con il suo sguardo ed i suoi pensieri aveva egli sempre cercato la spaziosità e la totalità. Per lui il cielo significava l’armonia e la terrena copia di essa, la sua vita stessa, egli l’avvertiva come estremamente arida e disordinata.

      Spesso egli pensava agli abitanti di altre sfere, a quale mai fosse la loro realtà, e si soffermava in modo particolare alla fascia più esterna, piena di luce, che tutto cinge ed avvolge. Nella grande biblioteca di Cordova aveva studiato a fondo ogni opera esistente in merito a quest’argomento e tuttavia, nonostante le sue conoscenze si fossero fatte sempre più vaste, aveva la sensazione di non riuscire a giungere al nocciolo. V’era qualcosa d’inafferrabile, arcano, magico cui non riusciva ad arrivare nonostante tutti gli approfondimenti, tutti gli scienziati del califfato e tutti i loro grossi libri...

      Dopo il bagno tornò a casa passeggiando e per tutta la strada si lisciò la barba che per lui voleva dire essere intento a riflessioni profonde. Quando Hafsà lo vide capì subito, disse perciò appena qualche parola al marito e tornò nella parte dell’alloggio competente alle donne. Non appena Al-Jalal fu solo andò a sedere sotto al pergolato del giardino e prese a leggere. Sfogliò resoconti di viaggio per vedere se trovava un esempio di descrizione d’una qualche analogia con il misterioso punto celeste luminoso, ma nei libri una traccia del genere proprio non c’era. Nel corso della lettura i suoi pensieri furono attraversati dalla strana sensazione del gusto dell’avventura che prende l’uomo prima dei grandi viaggi, intuì il sempre dolce ed eccitante gusto del vero girovagare per il mondo. Osservando i disegni delle mappe geografiche considerò quanto ognuna differisse da un’altra e gli venne da pensare che la terra su cui egli viveva fosse diversa da quanto gli scienziati la immaginassero e descrivessero.

      «Come potrebbero mai sapere qualcosa dell’altissimo cielo quando non siamo capaci nemmeno di conoscere il luogo in cui dimoriamo?» – pensò fra sé e fantasticò così a lungo da non avvedersi che il tramonto s’era posato sulle bianche case di Cordova.


          II.
      Al-Jalal recitò la quinta preghiera del giorno ed ebbe la sensazione d’una catarsi per così dire anche fisica della sua anima. Non andò a riposare, salì invece sul tetto e cominciò immediatamente a cercare con gli occhi quel puntino di luce nel cielo. Il suo sguardo scorse minuziosamente fra milioni di stelle scrutando lo scuro sfondo, ma non trovò il punto. Si fece inquieto, provò e riprovò a cercare sempre scrutando nella zona ove l’aveva visto la notte prima. Misurò invano con gli strumenti: la piccola luce misteriosa era sparita. Ne rimase molto amareggiato. Ebbe come la sensazione d’aver perso una cosa importante pur non sapendone formulare il perché. Per un’inesplicabile causa pensava che tutte le stelle messe insieme non valessero quell’unico puntino luminoso spuntato la notte precedente nel cielo di primavera. L’uomo diventò mesto e deluso e, stanco e disincantato, scese lentamente dal tetto e si recò nella sua camera. I molli, soffici tappeti assorbirono il rumore dei suoi passi benché non vi fosse ormai sveglio in casa più nessuno che potesse essere infastidito dal seppur minimo frastuono.

      Al-Jalal si svestì con movimenti lenti e si stese sul letto. Chiuse gli occhi e s’era ormai quasi addormentato quando udì un lieve rumore provenire da un angolo della stanza. «Quasi come il frullo d’ali d&146;un angelo» – pensò nel dormiveglia e solo a costo d’un grande sforzo arrivò a dischiudere le palpebre. Ad un primo istante non vide nulla, gli ci volle un po’ per riuscire a percepire nella penombra la sagoma dei mobili.

      – Sono qui – disse una serica voce femminile provenire da chi stava seduta sulla cassapanca intarsiata. L’uomo si volse in direzione della voce e scorse infine la giovane donna.

      – Chi sei tu, e cosa cerchi in casa mia? – chiese Al-Jalal che dalla sorpresa non sapeva cosa fare – Come sei entrata in camera mia? – le chiese a voce un po’ più alta, ma la donna non rispose subito. Accese prima il lume ad olio (Al-Jalal ebbe come l’impressione che la fiamma si avvivasse al semplice tocco della mano di lei) e si pose in piedi davanti all’uomo. Alla luce ondeggiante il suo viso si fece percettibile e neppure le pieghe della sua bianca veste riuscirono a dissimulare l’impeccabilità delle linee del suo corpo.

      – Deve esserti sufficiente che infine io sia qui – disse la donna e guardò Al-Jalal con un ampio ammaliante sorriso. L’uomo (non capì nemmeno lui il perché) smise di farle domande. La piacevole sensazione di calma che gli aveva inspiegabilmente colmato all’improvviso anima e cuore era più forte anche della sua curiosità e della sua ansia. La vicinanza della giovane donna sconosciuta l’aveva completamente ammaliato. Egli si riempì le narici del magico profumo di lei...

      – È come se sognassi – disse sottovoce e scrutò lo splendido volto della ragazza simile a quello della luna piena che splende di luce argentea mentre i suoi occhi ed i suoi capelli erano neri come l’ebano. La cosa però in lei più incantevole era che sorrideva in permanenza.

      – Vieni, siedi qui sulla sponda del mio letto – le sussurrò in modo appena percettibile Al-Jalal restando egli stesso stupito da questo suo modo di comportarsi. La donna si mise a sedere e l’uomo fu attraversato nell’intimo da un qual sottile brivido mai prima provato.

      – Sono venuta da te perché tu possa penetrare il senso dell’Assoluto – disse la misteriosa sconosciuta ed Al-Jalal la guardò stupefatto. Quando la stupenda donna iniziò a parlare la flebile luce del lume ad olio illuminò la stanza d’un chiarore mai visto prima. Lei parlò delle sfere, del grande insieme del mondo, degli universi lontani e dei loro abitanti, dell’origine e della fine del creato, di quelle cose di cui egli si occupava. Amabilmente lei rispose a tutti i quesiti formulati ed inespressi di Al-Jalal e l’astronomo ebbe la sensazione di sopraggiungere dalla folta selva della sua vita ad una radura in cui tutto era semplice, comprensibile, certo. Davanti a lui si fece d’un tratto tutto chiaro, comprese la struttura del mondo e l’essenza dei suoi meccanismi, le finalità del creato. Mentre egli ascoltava la donna misteriosa non si rese nemmeno conto di dove fosse. Gli parve, sbalzati fuori dalla sua stanza, di sfrecciare in una frazione infinitesima di secondo tra miliardi di stelle e per sconfinati spazi neri e spaventosi giungere infine...

      – Tu sei stata mandata dal cielo, non è vero? – chiese egli con devozione e la giovane donna sorrise in modo semplicemente spumeggiante.

      – Noi tutti, tu stesso, siamo inviati dal cielo. Il nostro incontro non è singolare per questo. Il miracolo è che io t’abbia rintracciato e che tu te ne sia avveduto. Sapevo che tu m’attendevi ed occorreva ch’io m’incontrassi proprio con te.

      – Sento come se tu fossi dentro me, sotto la mia pelle, permeassi tutto il mio corpo – disse dopo un bel po’ Al-Jalal dentro cui iniziava nuovamente a serpeggiare il dubbio che tutto ciò accadesse a lui. Non oso neppure dire di sentirsi ormai un fremente destriero, uno splendido purosangue arabo che tra gigantesche montagne svettanti al cielo galoppa per chine erbose nel fresco del mattino ed al calco dei volteggianti zoccoli spande dall’erba in ogni dove la rugiada dell’alba. E si sentì leone, eccelsa gazzella, poi falco ed infine narciso.

      Le sue cellule vennero percorse dalla sorte di tutti gli esseri della natura, egli fu in balia dei venti, la sua vita s’intersecò con le immense altitudini e gli inimmaginabili abissi senza fine...

      – Anche nella mia mente turbinano pensieri simili – disse la ragazza e passò le sue dita leggiadre nella la fitta chioma scura di Al-Jalal. – Il nostro incontro è il miracolo di Allah più grande, sono felice che tu abbia potuto venire a conoscenza tramite me dei maggiori misteri del mondo – soggiunse.

      L’uomo si fece all’improvviso cupo. I suoi pensieri tornarono alla realtà, alla città ed alla sua stanza, e la voce del muezzin che chiamava alla preghiera del mattino affondò nel suo splendido sogno come la lama d’un coltello.

      – Dimmi, cosa avverrà ora di noi? Cosa accadrà dopo? – chiese alla giovane donna che ben sapeva di cosa egli parlasse. Lei spense il lume, volse il viso alla finestra e la lieve peluria della sua epidermide fu inondata dai primi raggi del sole nascente.

      – Non pensarci. Non devi avere più paura ed il tuo cuore non sarà più solo. Ci siamo trovati ed abbiamo compreso l’Assoluto e quest’emozione non potrà mai abbandonarci – disse e sedendo quindi sul bordo del letto prese sul suo grembo il capo dell’uomo ed iniziò dolcemente a cullarlo come un bimbo. Al-Jalal chiuse gli occhi e s’assopì.


          III.
      Quando si svegliò il sole era già alto. Si mise a sedere sul letto con un senso di calma, non vide però nella stanza la misteriosa ospite notturna. Uscì correndo nel corridoio, in giardino ed alla fontana, ma non trovò la ragazza in nessun posto.

      – Il Signore cerca qualcuno? – chiese uno della servitù ed Al-Jalal scosse il capo. Capì in quell’istante che la giovane donna si era recata da lui una volta, una volta solamente. Non era volata qui attraversando una marea di stelle per restare, ma per portare notizie dell’Assoluto...

      L’uomo si vestì, recuperò la preghiera mattutina tralasciata dormendo ed uscì camminando adagio verso la piazza principale della città.

      – Allora tu, famoso astronomo, cos’hai visto stanotte nel cielo? O in terra ti è forse successo qualcosa da dover avere una faccia tanto sognante e soddisfatta? – gli chiese un po’ ironicamente Jussuf, ma sulle prime Al-Jalal non rispose nulla. Poi comunque, dopo un bel po’:

      – Sai amico mio, se stasera guardi in cielo, un po’ più a destra della Luna potrai vedere un punto luminoso bianco come neve particolarmente splendente. E sarà d’ora in poi lì ogni benedetta notte, o così almeno credo...

      – Oh, ma è grandioso, hai scoperto una nuova stella? Non sarà proprio a causa di questo coso che sono successi in città quegli strani fatti l’altro ieri? – chiese Jussuf concitato all’astronomo che con il solo cenno della testa fece segno ch’era possibile. Jussuf corse subito via a strombazzare per la città il grande evento sensazionale. Al-Jalal sapeva che da quel momento in poi tutta Cordova avrebbe visto il punto luminoso, anzi, la sua visione sarebbe stata ben presto possibile in tutto il mondo. La sera l’avrebbero guardata i pastori in riposo accanto alle loro mandrie, avrebbe accompagnato nel loro viaggio i naviganti e gli stanchi viaggiatori delle carovane di cammelli e meravigliati l’avrebbero sognando guardata gl’innamorati. L’astronomo sapeva ad ogni modo anche bene che il punto luminoso avrebbe unicamente sfavillato nel cielo solo e soltanto per lui, che sarebbe eternamente stata dell’unico che avrebbe ricordato la donna stupenda venuta da lontano ed i segreti del cosmo di cui la lontana sconosciuta l’aveva fatto partecipe.

      Al-Jalal si diresse a passeggio verso il mercato ed aspirò sorridendo i profumi delle mandorle zuccherate e delle dorate gocce del nettare dei fiori ammirevolmente miscelate. Era felice e rilassato.

      Il carezzevole lieve soffio di Allah aleggiava sulle vie di Cordova nella tiepida primavera.



  1. „In nome di Allah grandioso e misericordioso”.
  2. Abbigliamento arabo nordafricano costituito da una specie di mantello di colore generalmente bianco.
  3. Tipico mercato arabo.
  4. Bagno pubblico del genere a noi meglio noto come bagno turco.


Kate Carry *
— Pécs (Ungheria)

* Pseudonimo di Katalin Kéri

La novella in ungherese



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© Dr. Kéri Katalin tanszékvezető egyetemi docens, 2004 ()